Il "mio" Dancelli


Se il ciclismo è fatto di emozioni, con Michele ne ho vissute tante.

E’ stato il primo ciclista per cui ho fatto il tifo, contagiato probabilmente da mio padre, che ne apprezzava lo spirito battagliero.

“Nei primi dieci, Dancelli c’è sempre”, mi diceva. Forse non era del tutto vero, ma è certo che se si scorrono gli ordini d’arrivo di quegli anni , Dancelli compare con una frequenza impressionante.

 

Fu al Giro dell’Appennino che lo vidi per la prima volta.

Era il primo ottobre del 1967: una giornata piovosa, nebbia sulla Bocchetta. Attendemmo il passaggio in località Baracche, un breve falsopiano prima degli ultimi tornanti.

Ricordo che, nell’attesa della corsa, i miei conversavano con una coppia di Nizza Monferrato: la signora era tifosissima di Gimondi ed era certa che Felice avrebbe trionfato.

La sua insistenza m’infastidiva, anche perché sminuiva il valore di Dancelli, difeso a spada tratta da mio padre.

Mi sembra di rivedere Michele sbucare dalla nebbia, seguito da Gimondi, ed è un ricordo vivissimo. Furono subito inghiottiti dalla foschia, che impediva di vedere le ultime rampe della salita.

“Ha visto Gimondi!”, disse la signora, certa del successo del suo idolo.

Ritornammo verso Pontedecimo, nella speranza di assistere alla fase finale della corsa.

Purtroppo la Bianchina “panoramica” di mio padre non riuscì ad arrivare in tempo. A Pontedecimo la strada era chiusa, perché i primi erano già passati. Ci fermammo di fronte al vecchio dazio e chiedemmo subito di Dancelli.

“Ehhh, Dancelli l’è pe cuscì cu l’è passou… u primmu!”

Non mi pareva vero! Aveva vinto di nuovo Michele!” Ben gli sta”, pensai della signora di Nizza.

E persino la Bianchina, quella sera, mi parve più bella.

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